paesaggi urbani

D’aria ce ne vuole in questi tempi. L’azzurro leonardesco colora lo sguardo giù fino all’orizzonte dei miei pensieri.

Più paesaggio per favore. Più aria per tirare il fiato. Meno barriere che impediscano lo sguardo. Meno siepi architettoniche. Infinito.

Paesaggi che anche Salvador Dalì accarezza durante tutta la sua vita e che diviene materia di lavoro. Prende forma in un dipinto. Non è solo uno sfondo. Non una semplice veduta. Il cielo, il mare, le rocce della riva catalana, tutto diviene luogo. Assume un nuovo significato e si trasforma in opera.

L’ambiente urbano è diverso. Le “nuove” città sono spalmate sino a perdere i propri confini. L’unico che conosciamo oggi è quello del traffico. È lui a dettare le regole del muoversi e del vivere. Strade affollate da Suv grandi come tori lottano in un’arena piena di toreri.  Un semaforo rosso dà il via alla mattanza dell’aria. Non si respira. Gas, rumore, inquinamento. Nient’altro. Solo la fine del pedone e della promenade. Il Pubblico stipato sugli spalti osserva in silenzio.

Striscia un lungo serpente che si morde la coda. Un Uroboro fatto di macchine serpeggia lungo i viali. Le auto cambiano pelle allo scattare del verde, un colore che fatico a trovare fuori dalla scatola semaforica. Un albero giace sul ciglio accanto alla muta. È chino, cerca di sopravvivere alla giungla d’asfalto.

Distese di cemento si trasformano in enormi parcheggi. Desolanti quadri del 900. Di notte sono deserti. Perfetti set cinematografici per film post-atomici alla Ken-shiro. Di giorno, invece, paradiso di tutti i guidatori in cerca di un’oasi. In centro, a discapito di un parco, oggi si preferisce un autosilos. Altissimo, immenso, dalle forme che ricordano la torre di babele. Un Moloch che divora lo sguardo. Sbriciola il cielo in porzioni minuscole d’azzurro.

Ciò che rimane è una piccola zona pedonale. Tra le mura dei palazzi l’ora d’aria è uno spazio chiuso. Carcerati moderni ecco la vostra dose di ossigeno. I sensori di polveri sottili pm10 che registrano valori folli ci intimano prudenza. E allora via alle targhe alterne. Rimedio omeopatico all’intolleranza alimentare della scorpacciata di smog cittadina.

Chiudo gli occhi, tiro il fiato. Mi faccio silenzioso e sto in ascolto. Memorie riaffiorano, come cartoline ingiallite vecchie come il tempo, mostrando luoghi incantevoli dal colore ormai sbiadito. “Vedi, lì una volta cèra un grande albero…ci riposavamo sotto le sue chiome dopo un lungo viaggio”. “E lì cèra una collina prima che costruissero quel centro commerciale”. Riaffiorano dai Prati della mente ricordi sopiti.

Reveille toi.

Fabbricati in lontananza disegnano uno skyline multiforme. L’armonia della natura viene nascosta da mura di mattoni che si ergono prepotentemente alla vista. Gru dai colli enormi come giraffe svettano qua e là nella savana urbana. Antenne e nuove costruzioni pronte a decollare verso il cielo sanciscono la morte dell’orizzonte. Città dal profilo cibernetico si estendono verso la pianura craccando il territorio rurale. Un blob inarrestabile si espande coprendo ciò che rimane del paesaggio.

Politici, ingegneri civili, architetti, urbanisti a voi il compito di fermare lo scempio. A voi è stato affidato il lavoro. A voi mi rivolgo con la speranza di un cambiamento di direzione verso la costruzione di nuovi modelli del vivere. Ascoltate l’eco di mille voci che gridano allo scandalo della sperequazione edilizia.

Costruiamo insieme. Condividiamo idee. Creiamo il nuovo. Ora.

alessandromala

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